È gratuito

Linux è un sistema operativo open-source, il che significa non solo che è distribuito gratuitamente ma anche che il codice sorgente è pubblicamente accessibile, aperto a tutti, e non è un segreto industriale come nel caso dei sistemi operativi commerciali, detti anche “proprietari” (Microsoft Windows e Apple macOS ad esempio). Questo fatto offre una serie di garanzie per gli utenti finali, specie per quanto riguarda il rispetto della privacy.

Linux viene inoltre distribuito “out-of-the-box” con un ricco corredo di applicazioni di uso generale, anch’esse open-source e gratuite. Quindi il vantaggio della gratuità non comprende solo il sistema operativo ma anche i programmi che si utilizzano all’interno del sistema. In questo modo, Linux rappresenta una soluzione di produttività completa ed interamente gratuita.

Questo è un importante vantaggio soprattutto per le aziende, e specialmente le PMI, che possono contenere in modo considerevole i costi del loro sistema informatico, limitandosi ai costi dell’hardware ed eliminando completamente i costi del software dal proprio budget.

La gratuità di Linux non va confusa con l’inclusione “gratuita” di un sistema operativo come Microsoft Windows nella maggior parte dei PC in vendita sul mercato. In questi casi Windows non è affatto gratuito: il costo della sua licenza è incluso nel prezzo di vendita della macchina, che potrebbe costare significativamente di meno se non includesse il sistema operativo Microsoft. Per verificare la cosa basta rivolgersi ad un rivenditore che ha fatto la scelta di offrire ai propri clienti PC e Notebook senza Microsoft Windows preinstallato: da un po’ di tempo anche Amazon ha in catalogo diverse offerte di questo tipo. Per ulteriori informazioni sulle opportunità di acquisto, in Italia, di macchine senza Windows preinstallato, vedere a questa pagina.

Unultima parola riguardo alla gratuità: con Linux, a differenza del software di altri marchi, la distribuzione gratuita non è un espediente per catturare clienti. In molti casi, i produttori di software distribuiscono gratuitamente i loro prodotti per facilitarne la diffusione nella platea degli utenti: quando si sono assicurati un numero sufficientemente grande di utenti che hanno installato gratuitamente il loro software, modificano le condizioni di utilizzo del software, trasformandolo in software a pagamento, e quindi trasformando la vasta platea dei loro utenti in clienti paganti. Chi si è abituato ad usare da un certo tempo quel software e lo trova utile, preferisce pagare invece di passare ad un diverso software che non conosce, quindi la strategia in genere funziona. È una strategia commerciale del tutto legittima, beninteso, ma che con Linux ed il relativo software non sarebbe possibile, perché la condizione di gratuità è una conseguenza diretta, e per così dire “inevitabile”, della distribuzione open-source, che sta scritta a chiare lettere nella Licenza originale (GNU/GPL). Senza entrare in dettagli tecnici, la Licenza GNU/GPL non impedisce che il software distribuito alle sue condizioni possa essere a pagamento, ma l’obbligo di mantenere libero e aperto il codice sorgente (“open-source”, appunto) garantisce di fatto che vi saranno sempre delle versioni di Linux gratuite, così come di tutto il software open-source in generale. Questo significa non solo che Linux ed i programmi distribuiti sotto la medesima licenza sono gratuiti ma anche (garanzia più importante) che resteranno gratuiti anche in futuro.

È stabile ed affidabile

Il sistema operativo Linux è una derivazione del notissimo Unix, che ha una pluridecennale fama di stabilità ed affidabilità (“rock-solid” è la sua definizione più comune) ed è usatissimo in ambienti professionali (livello Enterprise) e scientifici (Università e Centri di Ricerca). Senza entrare in dettagli tecnici, Unix fin dal principio è stato costruito sulla base di caratteristiche di solidità come la Memoria Protetta, una funzionalità che impedisce ad una qualsiasi applicazione che funziona male di mandare in crash tutto il sistema operativo, costringendo al riavvio del PC. Con Linux, il PC lo si riavvia una volta a mese, sì e no, anche per merito della modalità avanzata di installazione degli aggiornamenti.

Lattrazione del modello Unix è stata così forte che non solo ha generato il progetto di Linux ma è poi diventata anche la base per lo sviluppo della versione finale del sistema operativo per i computer Apple, detto Mac OS X, con la “X” che rappresenta sia il numero romano “dieci” che la lettera “x” di Unix. La parentela di Mac OS X con Linux è ben visibile in strumenti comuni come il Terminale. La solidità e stabilità di questi sistemi operativi basati su Unix, e dei relativi progetti di lunga durata, è confermata dal fatto che Linux ha di recente compiuto i 25 anni di età e l’Apple Mac OS X (ribattezzato più recentemente “macOS”) è al sedicesimo anno di vita.

Come derivato di Unix, Linux è pressoché immune da virus, sia per i suoi solidi protocolli di sicurezza interna, sia per il fatto che il “bersaglio grosso” per i produttori di virus e malware resta tuttora Microsoft Windows, essendo il sistema operativo più diffuso nel mondo (purtroppo). Qualche sporadico virus per il mondo Linux in effetti esiste ma i virus in Linux restano una rarità in cui è molto improbabile incorrere: esistono comunque ottimi strumenti gratuiti per la protezione, se lo si desidera.

È facile da aggiornare e mantenere

Tutti gli utenti di Windows hanno imparato a proprie spese quanto sia scomodo e fastidioso aggiornare il sistema operativo Microsoft, tra riavvii indesiderati del PC, tempi di attesa dell’operazione, ed interruzioni, sempre fastidiose e a volte dannose, del proprio flusso di lavoro.

Niente di tutto questo in Linux: il sistema vi avverte quietamente con una notifica che sono disponibili nuovi aggiornamenti, e siete sempre voi a decidere se e quando installarli. La quasi totalità degli aggiornamenti si installano in modo del tutto trasparente all’utente, il che significa che potete continuare ad usare normalmente il PC durante l’installazione. Nessuna interruzione né “sequestro” del PC come fa regolarmente Windows.

La maggior parte degli aggiornamenti in Linux non richiede alcun riavvio del PC: gli aggiornamenti sono immediatamente disponibili. Il riavvio è richiesto solo nei rari casi in cui vengano aggiornati dei componenti base del sistema (ad es. il cosiddetto “kernel”), ma in genere questi componenti base possono essere tranquillamente esclusi dagli aggiornamenti regolari ed eventualmente installati solo dietro consiglio ed assistenza del vostro consulente Linux, che sbrigherà la faccenda in pochi minuti.

È completo di tutto il software più utile

Con Linux il vantaggio della gratuità non è limitato al solo sistema operativo ma si estende anche a tutto il software che potete installare. Già nell’installazione di base è compreso tutto il software di uso generale più utile. Nella versione di Linux che io propongo e che si chiama Linux Mint sono già inclusi un browser (Mozilla Firefox), un programma di posta elettronica (Mozilla Thunderbird) un pacchetto gestionale da ufficio (LibreOffice), un programma di grafica avanzata (GIMP, equivalente open-source di Adobe Photoshop) e molto altro.

Tutte le versioni di Linux dispongono poi di uno speciale programma di gestione del software da installare, che dà accesso ad un ricchissimo archivio di programmi open-source. È uno strumento molto semplice da usare, analogo al Microsoft Store o all’App Store di Apple, con la differenza che il software è tutto gratuito.

Inoltre è possibile reperire sul web numerosi altri programmi gratuiti per Linux. Un esempio è il browser Google Chrome: in molti casi questo non è disponibile nell’archivio dei programmi installabili, ma può essere installato ugualmente tramite una procedura manuale molto semplice. Lo stesso vale per molti altri programmi disponibili, adatti alle più diverse esigenze professionali, come la grafica vettoriale o il montaggio video non-lineare.

È rispettoso della privacy

Le ultime versioni dei sistemi operativi Microsoft e Apple hanno accresciuto enormemente le funzioni di monitoraggio e controllo remoto dei PC degli utenti (telemetria): in entrambi i sistemi operativi sono sempre attivi e funzionanti numerosi moduli che comunicano in continuazione con i server remoti delle rispettive case produttrici. Questi moduli servono per gestire numerose funzionalità utili e perfino indispensabili del sistema, come la gestione degli aggiornamenti software, le connessioni remote via internet, i servizi Cloud, ecc. Ma esistono anche numerosi moduli che monitorano in continuazione le attività dell’utente e del sistema, inviando i dati raccolti ai server della casa produttrice: è la filosofia dei Big Data, che si basa su una massiccia raccolta ed analisi dei dati relativi all’utilizzo del sistema operativo su scala globale. Questi dati raccolti servono tra le altre cose per “personalizzare” l’esperienza utente, che significa soprattutto gestire la selezione e l’invio di messaggi pubblicitari mirati agli utenti, basati sul monitoraggio delle loro abitudini: principalmente le abitudini di navigazione web, che vengono strettamente monitorate, ma potenzialmente anche tutte le altre attività che svolgiamo con il nostro PC.

Windows 10 in particolare si caratterizza per una massiccia attività di raccolta dati dai computer degli utenti: gran parte delle applicazioni cosiddette “a mattonella”, visibili nella sezione a destra del menù Start, usano almeno per metà le risorse loro allocate dal sistema (RAM e CPU) per queste operazioni di raccolta ed invio di dati a Microsoft. Per questo motivo per funzionare richiedono quasi sempre un Account Microsoft. Come molti utenti di Windows 10 hanno scoperto, queste applicazioni sono più strumenti di tipo promozionale e commerciale che veri e propri strumenti di produttività utili.

Il problema creato da questa costante attività di monitoraggio non è solo attinente alla nostra privacy: c’è anche un altro danno collaterale, causato dall’utilizzo “abusivo” di una parte, più o meno grande, della nostra banda di connessione internet e della potenza di calcolo della nostra CPU. Queste risorse sono state da noi regolarmente acquistate e pagate, e sono quindi di nostra esclusiva proprietà, ma vengono in parte utilizzate, del tutto gratuitamente, da Microsoft o da Apple per gestire un’attività di monitoraggio e di raccolta dati che non ha alcuna utilità per noi utenti finali ed è ad esclusivo vantaggio delle case produttrici.

Questo fatto da solo basta a ridimensionare alquanto la “generosità” di queste grandi case produttrici quando decidono di distribuire più o meno “gratuitamente” i loro sistemi operativi, come fa la Apple per le successive versioni del macOS e come ha fatto la Microsoft per il primo anno di distribuzione di Windows 10. Forse senza saperlo, anche noi, usando questi sistemi operativi, siamo “generosi” con le loro case produttrici, dato che gli consentiamo di usare gratuitamente una parte delle nostre risorse, come la nostra banda di connessione e la nostra CPU, che siamo noi a pagare per intero, e che loro utilizzano gratis per fare profitti. È del tutto legittimo giudicare tutto ciò come uno scambio “equo” e perfino vantaggioso per noi utenti, ma sia chiaro che si tratta di uno “scambio”, cioè di una “transazione”, e non di una “donazione”: non ci viene regalato nulla, è un classico “do-ut-des”.

Lattività di monitoraggio e raccolta dati che sta dietro la filosofia dei Big Data viene attuata solo dalle grandi case commerciali come Microsoft e Apple, dato che consente loro di creare profitti attraverso la gestione della pubblicità. Per questo motivo niente di tutto questo viene fatto in Linux, dato che in questo caso non si tratta di un sistema operativo commerciale gestito da una grande Corporation ma di un sistema operativo open-source gestito da un arcipelago di Communities. Esistono alcune versioni di Linux in cui una certa raccolta dati viene fatta (ad es. Linux Ubuntu, gestito da Canonical) ma la raccolta è assai limitata e può essere facilmente disattivata (nelle versioni più recenti di Ubuntu è disattivata per default). Linux quindi è il sistema operativo meno “intrusivo” presente sul mercato, quello che consuma meno le nostre risorse di connessione e che rispetta maggiormente la nostra privacy, semplicemente perché non esiste l’interesse commerciale per fare altrimenti, o, quando esiste, è molto contenuto.

Con il progressivo aumento dell’ampiezza di banda delle nostre connessioni (fibra ottica) aumenteranno progressivamente anche le possibilità di monitoraggio remoto e di “intrusione” nei nostri PC da parte dei maggiori sistemi operativi commerciali, rendendo il problema della nostra privacy impossibile da gestire. Nella licenza d’uso di Windows 10 ad esempio è già scritto a chiare lettere che la Microsoft si riserva il diritto di accedere in modo illimitato ai nostri file personali nel caso lo ritenga necessario. Una cosa del genere non sarebbe possibile in Linux, proprio perché si tratta di un sistema operativo open-source: nel caso in cui venisse distribuita una versione di Linux contenente del codice di programmazione lesivo della privacy e degli interessi degli utenti, la cosa verrebbe subito scoperta e segnalata pubblicamente, dato che il codice di programmazione open-source è pubblicamente accessibile. E a quel punto, nella vastissima comunità mondiale degli sviluppatori Linux, qualcuno provvederebbe certamente a mettere a punto una versione di Linux che non contenga il codice di programmazione nefasto, rimettendo a posto le cose. Linux è cioè un sistema operativo perennemente sottoposto al “controllo pubblico” della sua vasta comunità di sviluppatori ed utenti, a differenza dei sistemi operativi “proprietari” che sono costruiti sulla base degli esclusivi interessi delle loro case produttrici.